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Orrori e errori frequenti nella scrittura per il web

Gli algoritmi di Google iniziano a prestare attenzione alla posizione degli accenti e degli apostrofi e giudicare la qualità dei contenuti anche da questi aspetti tecnici/grammaticali, inoltre non possiamo sfigurare con i lettori: è per questo motivo che quando si scrive per il web è necessario evitare di commettere errori e orrori di grammatica che di certo non mettono di buon umore i fruitori del contenuto. Alcuni sbagli sono molto comuni, eppure non meno gravi: ecco una guida degli orrori da cui è necessario tenersi alla larga.

Gli apostrofi

Gli apostrofi dopo un articolo indeterminativo sono necessari solo con i sostantivi al femminile: si scrive “un albero” perché “albero” è maschile, mentre si scrive “un’amica” perché “amica” è femminile. A proposito di apostrofi, si scrive “d’accordo” e non “daccordo” tutto attaccato. Anzi, se si prova a scriverlo in modo sbagliato su Word, il programma di Excel corregge in automatico.

L’importanza della sostanza e della forma

Nel momento in cui si redige un contenuto per il web, alla forma deve essere attribuita la stessa importanza che si riserva alla sostanza. Un contenuto informativo si rivela utile per chi legge solo se è stato scritto in un italiano corretto. La forma ha a che fare non solo con l’impaginazione e con la grafica, ma anche e soprattutto con la grammatica e con l’ortografia. Senza dimenticare la punteggiatura, che nell’epoca delle comunicazioni in chat sembra essere stata dimenticata. Ogni errore di grammatica è destinato a far perdere di valore il contenuto in cui si trova: che si tratti di un apostrofo messo quando non ci dovrebbe essere, di un accento acuto al posto di uno grave, di una parola scritta tutta attaccata o di un passato remoto sbagliato, è necessario essere sempre precisi. Il che richiede anche di leggere e rileggere più volte un testo prima di pubblicarlo o stamparlo.

Curare la forma

Anche quando la sostanza di un contenuto è molto interessante, è molto elevato il rischio che essa possa venire penalizzata da una forma non adeguata. Ciò è vero sia per i testi delle pagine web e per i post pubblicati sui blog, ma anche per qualsiasi altro contenuto: un commento su Instagram, una mail di lavoro, e così via. Gli errori possono essere frutto di sviste o di ignoranza, ma in entrambi i casi sono sinonimo di sciatteria e di trascuratezza: insomma, non fanno certo buona impressione a chi legge.

Una rapida carrellata di errori

Si scrive “tutto a posto” e non “tutto apposto”; si scrive “qual è” senza apostrofo; si scrive “dà” con l’accento quando è la terza persona singolare del verbo “dare” e “da” senza accento quando è una preposizione. I giorni della settimana si scrivono con la lettera minuscola, così come i mesi dell’anno. “Perché” non si scrive con l’accento sulla “e” classico, ma con quello che va in su (giusto per essere pratici). Infatti, la “e” accentata di “è” del verbo “essere” è diversa da quella che si usa per “perché”.

Il corretto uso della punteggiatura

La punteggiatura sembra essere trascurata: domande senza il punto di domanda alla fine, punti esclamativi usati al posto dei punti interrogativi, virgole collocate nei posti sbagliati, e così via. Uno degli errori più gravi consiste nel mettere la virgola tra il soggetto e il predicato: assolutamente vietato. Certo, questo vuol dire essere in grado di effettuare l’analisi logica di una frase, ma si presuppone che chi scrive per il web abbia tale competenza; altrimenti conviene che si dedichi ad altro. Sempre a proposito di virgole: quando si apre un inciso bisogna ricordarsi di chiuderlo, o il significato di una frase può cambiare.

Le parole straniere

Ormai il nostro vocabolario è ricco di parole provenienti da lingue straniere: quando non si può evitare di usarle, è bene sapere come vanno scritte. Per esempio non è mai corretto declinare i termini al plurale: si dice “film italiani” e non “films italiani”.

Dove si mette la “i”

La sillaba “sce” nella maggior parte dei casi non vuole la “i”, ma ci sono pur sempre delle eccezioni: per esempio le parole “scienza” e “coscienza”, ma anche il termine “uscire”. Le parole che finiscono in “cia” e “gia” mantengono la “i” anche al plurale: si scrive “camicie” e non “camice” (anche perché il camice è un’altra cosa); si scrive “ciliegie” e non “ciliege”. E, ovviamente, non si scrive “cigliegie”. Altri errori comuni sono quelli che riguardano espressioni che si è abituati a utilizzare senza che si conosca la loro origine, solo per sentito dire: per esempio, in molti scrivono “dare un out out” invece che “dare un aut aut”, ignorando la provenienza di tale espressione (in latino, “aut aut” vuol dire “o.. o”). Altri, poi, scrivono “dare il là” invece che “dare il la”: forse non sanno che cosa significhi “dare il la”, ma quel che è certo è che le note musicali non vogliono l’accento.

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